Women We Love | Le parole di Annamaria Anelli

Devo scegliere cautamente le parole per descrivere Annamaria Anelli. L’entusiasmo e l’impazienza di raccontarvi di lei e di quello che fa –  meglio di chiunque altro io abbia conosciuto – potrebbero giocarmi brutti scherzi. E potrei fare una figura meschina davanti alla gran sacerdotessa di frasi, verbi e vocaboli.

Ma procediamo con ordine: ho conosciuto Annamaria Anelli, o meglio la sua voce, grazie al suggerimento della mia amica Alessandra D’Amico che un giorno mi ha inchiodato con un “Nunzia devi – assolutamente e sveltamente – ascoltare il podcast Le parole per farlo su Storytel”. Ora sapete della mia passione per Storytel e con la sveltezza suggeritami da Ale sono lì che guido il mio scooter in compagnia di Annamaria. Un ascolto terapeutico, una specie di farmaco salvavita che mi aiuta subito a fare ordine nella mia testa.

Annamaria è la professionista della scrittura efficace, l’esperta del business writing,  la persona che aiuta aziende, organizzazioni e individui a trovare la loro voce e a migliorare la loro capacità di raccontarsi attraverso la parola scritta. Ogni volta che state con la penna a mezz’aria e le dita sospese sulla tastiera a rimuginare su come scrivere una email, comporre un curriculum, elaborare un progetto, sappiate che Annamaria Anelli può esservi d’aiuto per rendere quello scritto incredibilmente vostro e assolutamente efficace.

Ecco ho superato l’ansia che da 5 giorni mi attanaglia e sono qui – con il capo preventivamene cosparso di cenere – pronta a intervistarla.

Annamaria Anelli - WWL

Benvenuta Annamaria, sono felicissima di ospitarti tra le nostre Women We Love, ascoltarti, conoscerti e chiacchierare con te sono stati momenti così ravvicinati ed è scattata subito la voglia anzi la necessità di portarti nel nostro mondo e farti conoscere alle non-groupie.

Le parole sono le protagoniste del tuo podcast, un piccolo mondo di ispirazioni, consigli, racconti di altri professionisti, che come un seme o un uovo in cui sono già contenuti in nuce un albero o una gallina. Un modo che ho trovato originalissimo di trattare argomenti anche molto specifici. Ti sembrerò banale ma come hai fatto a immaginare queste lezioni? Qual è stata la puntata più facile da scrivere e quale quella più complessa?

Intanto dico subito che non sono assolutamente lezioni, ma discorsi intorno a un tema che è come raccontarsi per trovare lavoro o un’occupazione professionale. In realtà su questi temi negli anni ho scritto molto, tra post e ebook, e forse avevo ancora contenuti da tirar fuori. Il tema di come raccontarsi per me che sono freelance è fondamentale: se nessuno sa che esisti, come caspita fa a trovarti?

In particolare, poi, intorno al podcast stavo girando da un po’, da quando ho incominciato ad ascoltare Da Costa a Costa, il podcast di Francesco Costa (vicedirettore del quotidiano online Il Post) che parla di questioni americane, con un fuoco sulle elezioni. Mi è subito piaciuta quella forma di comunicazione così diretta, dove la voce fa uscire parti di te che non sapevi nemmeno esistessero! Però sull’argomento non quagliavo, non ne sapevo abbastanza, titubavo.

Poi ho incontrato Carlo Annese, di Piano P (che produce Da Costa a Costa) e adesso anche responsabile della non fiction per Storytel. È stato parlando con lui che è venuta fuori l’idea di Le parole per farlo. È stato lui a vedere in me qualcuno che avrebbe potuto usare competenze, esperienza e mestiere nel maneggiare le parole per metterle al servizio della sola voce. È così è stato. Gli devo molto.

La puntata più facile da scrivere è stata quella sulla maternità: la sentivo molto mia, forse perché sono mamma, chissà. Quella più difficile è stata l’ultima: raccontarsi sul lavoro. Perché dovevo raccontare un qualcosa in divenire, volevo parlare dell’importanza di doversi costantemente ripensare e trovare nuovi modi per parlare di sé, anche una volta arrivati e arrivate ad averlo, quel benedetto lavoro, o a trovarli, quei difficili clienti.

Però è stato bellissimo scrivere tutte le puntate perché per ognuna ho intervistato persone grandi, generose, che mi hanno prestato voce, contenuti e idee.

La mia puntata preferita è “Raccontare il tempo della maternità” anche se non ho figli e quindi non ho avuto necessità di affrontare questo tema, eppure è quella che mi ha fatto interrompere ogni attività per iniziare a prendere appunti sulla “leadership generativa”.
Cosa ha generato l’esperienza del podcast nella tua vita? Quali porte ha aperto?

Sono contenta che ti sia piaciuta quella puntata: l’idea di generatività è incredibile, ti spalanca la mente e ti fa prendere atto di un sacco di cose. Essere generativi è costruire, lasciar andare, permettere di, dare il tuo contributo per: un sacco di cose positive, insomma.

In me l’esperienza del podcast ha generato l’idea che ho risorse inesauribili, anche se sono arrivata ai fatidici 50. Anzi, forse proprio perché ci sono arrivata, sono approdata a un’età in cui si aprono porte nuove, sono impegnata in progetti molto interessanti, in cui metto a frutto anni di gran lavoro e grande fatica, di sacrifici ma anche di incontri con persone grandissime. Io devo tanto alle belle persone che ho incontrato: non mi hanno regalato nulla, ma mi hanno ispirata e soprattutto hanno avuto una fede granitica nelle mie capacità.

Anche questo podcast ne è un esempio e spero che questa esperienza continui anche perché devo confessare una cosa: io non mi sopporto in foto, ma adoro riascoltare la mia voce. Perché mi riconosco, sento che quella sono proprio io.

È opinione comune che la diffusione massiva del digitale assieme al progredire di una comunicazione sempre più aggressiva producano l’impoverimento del linguaggio e delle parole. Qual è il tuo pensiero e quali sono le strategie che possiamo mettere in atto per difenderci e tutelare le parole?

Non sono sicura che il digitale contribuisca a impoverire il linguaggio, io sono più della scuola del fatto che i tempi cambiano, la realtà sfuma costantemente verso qualcos’altro, la fluidità delle nostre esistenze si rispecchia anche nel mutamento del linguaggio. Il linguaggio, la lingua è una cosa viva, che mangia, beve, muta forma: non possiamo vederla come una cartina appiccicata al muro con le puntine e quindi uguale a sé stessa per l’eternità.

Sono dell’idea che noi che facciamo questi lavori, che amiamo di amore così grande e totale le parole, non dobbiamo mai smettere di farle girare. Parole gentili, parole di cura, parola innamorate, parole divertite, parole colorate, con un corpo, un sapore, un colore. Solo le belle parole ci salvano dalle brutte parole e il progetto Parole Ostili ne è un esempio bellissimo.

Annamaria Anelli

Consentimi una domanda personale: Isabel Allende ha detto “per le donne il miglior afrodisiaco sono le parole. Il punto G è nelle loro orecchie. Chi lo cerca più in basso sta sprecando il suo tempo.” Tu che sei cintura nera di parole cosa hai detto per conquistare? E puoi rivelarci quali parole hanno acceso la tua passione?

Non lo so quali parole hanno dato il via a tutto, non me lo hanno mai chiesto prima e non ho mai dovuto cercare una risposta. Tra l’altro mi piacciono molto le tue domande 🙂

So come è nata la passione per le parole, però: ho iniziato alle medie a scrivere poesie nei diari che si usavano ai miei tempi, quelli con il lucchetto. Scrivevo versi strazianti e tristissimi perché sono stata una bambina-ragazzina che si sentiva sola e incompresa (come tantissime ragazzine e tantissimi ragazzini a quell’età). Poi al liceo mi sono accorta di aspettare con gioia indicibile il giorno del tema in classe: occasione di lutto stretto, per tutti i miei compagni. Lì ho capito che la mia strada avrebbe potuto essere costellata di parole.

Su I’m not a groupie abbiamo un manifesto  per raccontare a chi entra in questo spazio la nostra identità e i valori in cui crediamo. Quale potrebbe essere il tuo manifesto? Vuoi regalarci un punto da aggiungere alla lista?

Io aggiungerei la mia frase mantra: una parola non vale l’altra. Avere cura delle parole e dell’effetto che fanno su chi le ascolta o le legge dovrebbe essere la nostra luce sempre accesa.

Prima di congedarmi ti chiedo un consiglio di lettura: che libri dobbiamo leggere assolutamente per imparare a prestare attenzione al cosa, e soprattutto, al come?

Qui dovrei fare una lista lunga così. L’ultimo che ho letto che parla di scrittura e parole lo consiglio a tutte perché è delicato e scritto col cuore. Si intitola In altre parole ed è di Jhumpa Lahiri, che ha ottenuto anche il premio Pulitzer per il suo primo libro L’interprete dei malanni. Però non racconto niente, andate a leggere 🙂

Grazie ad Annamaria per questa chiacchierata “stretta stretta”, se andate sul suo sito web capirete a cosa faccio riferimento.

Le parole per farlo è il suo podcast composto da 6 puntate, disponibile su Storytel.

1 – Come raccontarsi
2 – Raccontare senza le frasi fatte
3 – Raccontare il tempo della maternità
4 – Raccontare il fallimento
5 – Raccontare la fragilità
6 – Raccontarsi al lavoro

About Nunzia Arillo

Sociologa, communications manager e, soprattutto, napoletana. Costantemente impegnata nella lotta tra serio e faceto. Riempie la sua vita - con la stessa intensità - di innovazione, libri e caffè. Non si ferma davanti a niente, nemmeno di fronte all'etichetta "lavare solo a secco". Crede nella reincarnazione e nella prossima vita vorrebbe essere manichino da Bergdorf Goodman. E' sedotta dal lusso, ma conosce la parola "mercatino" in tutte le lingue del mondo. Scrive sempre e ovunque pure su rotoloni asciugatutto (true story), non meravigliatevi di trovare la sua firma su magazine di musica, moda e luxury. Mollerebbe tutto per seguire Ivano Fossati ma la sua unica divinità è Stevie Wonder. La mattina si sveglia con il sorriso ma non dovete parlarle prima del caffè. Adora i numeri dispari, ma le piace ordinare le cose per 10.

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