Serie TV | L’eredità di Grey’s Anatomy

ATTENZIONE, QUESTO POST VI FARA’ PENSARE CHE SONO UN CICININO SQUILIBRATA.
E AVRETE RAGIONE.

Lo ammetto: sono una fan della prima ora di Grey’s Anatomy, non ne ho mai persa una puntata e alcune le ho viste anche più di venti volte.

Sono anche io vittima di Meredith e Derek e all’inizio della loro storia sono legati un mio bellissimo ricordo sentimentale e una minaccia che feci all’uomo che amavo: “prima o poi faremo un bagno nella tua enorme vasca!”.
Quella storia non è mai decollata e forse è meglio così, visto che io pensavo a me stessa come alla cupa e triste Meredith e lui avrebbe dovuto essere il mio Dottor Stranamore.
A questo punto sarebbe morto e non mi pare una cosa carina.

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Già, Derek Sheperd è morto.
E’ morto dopo che aveva ritrovato e rinnovato tutto il suo amore all’infallibile Dottoressa Grey, dopo una crisi indotta dalle rispettive ambizioni professionali, una breve separazione e un quasi tradimento.
E’ morto e noi tutte siamo un pochino morte con lui, steso su quel letto di un piccolo ospedale, dove medici molto più sfigati di quelli del Grey Sloan Memorial non sono riusciti a prendersi cura del suo cervello.

Altra ammissione: ho pianto.
Poi, il giorno dopo quella puntata, sono rimasta gelida e impassibile, come di solito accade quando non ti rendi davvero conto che qualcosa è finito, che non tornerà più, che tutto è cambiato.
Anche io, come mezzo mondo, mi sono domandata “e ora? come faremo a sopravvivere senza Derek?”.
Ma la vita continua.
Meredith è fuggita e ha pure partorito una bambina, che ha chiamato come la madre anaffettiva. Il dolore, a volte, da alla testa.
Sì, la vita è continuata, fino alla ventiquattresima puntata.

Alla fine dell’undicesima serie io ho capito un sacco di cose e le ho capite perchè in questi anni sono cresciuta, ho vissuto tantissimo, mi sono evoluta, sono andata sempre avanti.
Le ho capite anche grazie a una serie televisiva, che da dieci anni mi inchioda ripetutamente davanti a uno schermo.

Ho capito che un legame di sangue ti chiama fino a quando non ti convince ad avvicinarti, così come ha fatto Meredith, prima con Lexi e poi con Maggie.

Ho capito che gli amici sono casa e famiglia, così come lo hanno capito tutti i protagonisti della serie, che continuano ad avvicendarsi nella vecchia casa di Meredith.

Ho capito che nulla può difenderti da te stesso, quando tu stesso sei il tuo peggior nemico. Mi sa che l’ha capito pure Meredith, dopo essere caduta nelle gelide acque che lambiscono la piovosa Seattle.

Ho capito che dopo una caduta puoi sempre rialzarti e che lo fai anche più velocemente se c’è qualcuno di forte e speciale a sostenerti.
Come avrebbero fatto Meredith e Derek, senza Derek e Meredith, dopo ogni tragedia? Dopo i suicidi camuffati, dopo i lutti, dopo i fallimenti, dopo tutte le innumerevoli sfighe che hanno sempre accompagnato i medici del Seattle Grace Hospital.

Ho capito che la frase “sei la mia persona” non può essere pronunciata con leggerezza. Va ponderata con attenzione, perchè sono davvero in pochi a meritare di sentirsela dire.
Poi, la tua persona può andarsene dall’altra parte del mondo o può morire.
Allora forse è meglio essere la persona di se stessi e imparare a non tradirsi mai.
Ho capito che bisogna smettere di aver paura d’essere il sole.
Ho capito che mettersi al centro della propria vita, è vita.

Ho capito che Shonda Rhimes è una grande stronza, ma sono quasi sicura che – come tutte le vere stronze – abbia un gran senso per la vita.
E’ per questo che, dopo aver ammazzato Derek nella famigerata ventunesima puntata, alla fine dell’undicesima serie ci lascia con un grande e ottimistico ballo di gruppo.

Perchè la vita, in fin dei conti, è piena di cose bruttissime, di fallimenti, di morte, di debiti, di gente che se ne va, ma è altrettanto piena di nascite, di sorrisi, di balli, di arrivi, di persone che ti amano, anche quando non ci sono più.

Sì, io mi sento ancora e sempre dentro una puntata di Grey’s Anatomy, anche se non ho mai preso in mano un bisturi.
Eppure, a ben pensarci, la scorsa settimana mi sono aggiustata da sola un dito del piede, con stecche, garze e cerotti.
Quindi sì, in un certo senso sono anche io una fottutissima Dottoressa del Grey Sloan Memorial Hospital.
Rido.

Ho scritto questo post ascoltando:

About Elena Giorgi

Emiliano-romagnola, ragazzina negli anni ’80, si trasferisce a Milano nel 2008 e diventa un angelo custode di eventi. Lettrice appassionata, modera incontri letterari ed è stata direttore artistico di una rassegna segreta e notturna. Pratica mindfulness, mangia e beve con gusto e adora rilassarsi ascoltando musica jazz. Ogni giorno sceglie di sorridere. È meno cattiva di quello che sembra e vorrebbe morire ascoltando "La Bohéme".

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