Le antenate |Billie Holiday

Avevo 15 anni quando girai tutti i negozi di dischi di Napoli con una canzone in testa, ascoltata per caso una volta alla radio. Sapevo solo ripetere il ritornello e potete sicuramente immaginare quanto possa essere ridicola la scena di un’adolescente che entra nei negozi e vi canticchia il motivetto a modo suo. Lontanissimi i tempi di Shazam e SoundHound…

La canzone era questa e grazie a un commesso gentile conobbi questa donna meravigliosa e la sua irripetibile voce, che mi avrebbe accompagnata in tutti i momenti belli e meno belli della mia vita. Non poteva mancare, quindi, nell’album di famiglia delle non-groupie.

Billie Holiday

Eleanora Fagan, Elinore Harris, Billie Holiday o Lady Day, quanti nomi per riuscire a rinchiudere in due parole una donna e un’artista di quelle che siamo soliti definire bigger than  life. Più grandi della vita stessa, benchè incapaci di domarla questa benedetta vita.

Eleanora nasce a Baltimora (o a Philadelphia come alcuni biografi affermano)  il 7 aprile 1915, figlia naturale di Sarah Julia Fagan e Clarence Holiday. Non fu mai bambina spensierata, conobbe la violenza e la prostituzione in un bordello di Harlem, dopo il carcere cercò di sfuggire alla fame e a un destino di sifilide cercando lavoro in un locale notturno.
A 15 anni iniziò a cantare nei club.
E la sua voce cominciò a raccontare per lei, a far trapelare come crepe in un muro le sofferenze di una vita. Non era solo dolore, quella voce, era forza e vigore, malìa e strafottenza, droga e alcool, sesso e amore.
La più bella e straziante voce del secolo scorso, la più sensuale e fragile donna del blues.

La tua voce fu una folgorazione per me, cara Billie, eppure non ero proprio in grado di capirne l’essenza, quanto fosse miracolosa e innovativa, quanto possa aver fatto la differenza e creato un solco, uno iato tra prima e dopo Billie Holiday. Perché bisogna che la vita ti consumi un pochino per poter capire fino in fondo Lady Daycome ti chiamò per primo il tuo amico Lester Young.

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Sfidò le discriminazioni razziali, esibendosi assieme ai musicisti bianchi. Con la sua gardenia bianca nei capelli cantava Strange Fruit come quella volta al Cafè Society di New York, quando il pubblico si zittì come schiaffeggiato dalle sue parole, di sangue e morte, per poi esplodere in un lunghissimo applauso. Nella vita le era capitato di tutto, anche di doversi scurire il volto con il cerone perché non abbastanza nera e di dover aspettare in camerino perché non abbastanza bianca, quindi le sembrò di aver trovato il suo manifesto. La sua risposta all’assurdità del razzismo. E la ripropose alla fine dei suo concerti con tutta la forza che aveva in corpo. Non tutti i pubblici le furono amici e in alcuni stati le fu impedito di cantarla. Addirittura John Hammond, suo primo mentore, la biasimò per questa scelta.

Southern trees bear a strange fruit
Blood on the leaves and blood at the root
Black body swinging in the Southern breeze
Strange fruit hanging from the popular trees.

Chiuse gli anni trenta fumando oppio e iniziò i quaranta con la fine del suo brevissimo matrimonio e la morte della madre. Il dolore iniziò a prevalere e l’eroina prese il posto dell’oppio perché c’era bisogno di stordirsi per affrontare la vita. Le incisioni non mancarono, perché quando era davanti a un microfono tutto sembrava scomparire e diventare solo un’ombra o una scia di fumo di una delle sue migliaia di sigarette.

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Era una perfezionista, Billie. Si narra della sua ricerca della perfomance ideale che le fece registrare 19 take di Billie’s Blues, quel pezzo solo apparentemente spensierato tra le canzoni più amate che scrisse per sè stessa, assieme a  God Bless the Child.

Non si può copiare un altro, e nello stesso tempo pretendere di arrivare a qualcosa. Se tu copi, è perché il tuo lavoro non ha un sentimento sincero, e senza sentimento nessuna delle cose che fai avrà realmente un valore. Come non ci sono al mondo due persone uguali, così dev’essere anche con la musica, sennò non è musica.

Venne anche in Italia nel 1954, durante la sua tournée in Europa, ma Milano alla prima uscita non l’accolse come sperava e lo spettacolo finì prima del previsto. Fu necessaria una seconda data, il 9 novembre, per permetterle di avere il tributo che meritava. La rabbia dei primi anni e delle prime incisioni cedette il passo ai rimpianti delle ultime canzoni, senza riuscire a intaccare il suo immenso talento musicale. 

Capì che stava per finire quando seppe della morte dell’amato Lester Young. Lei che era già malata di cirrosi epatica fece di tutto per poter accompagnare per l’ultima volta Prez il presidente, come lo chiamava lei, ma la famiglia di lui non volle. Forse non valeva più la pena lottare contro questo mondo così duro e quattro mesi dopo, Billie fu trovata senza vita nel suo appartamento. Era povera e sola. I sussulti e le crepe che la voce una volta conteneva e domava avevano preso il sopravvento.

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Questa è l’immagine più famosa che troverete in rete cercando Billie Holiday,

Eppure a me piace chiudere questa pagina dell’album delle antenate con un’altra foto, anzi una sequenza di tre scatti a colori di Carl Van Vechten. Una sessione fotografica che iniziò in maniera scoraggiante con una Billie mal disposta e, dopo una breve pausa, riuscì a diventare qualcosa di intimamente toccante in cui possiamo scorgere Eleanora dietro la maschera di Lady Day.

Lady Day got diamond eyes, she sees the truth behind the lies
Angel of Harlem, U2

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Carl Van Vechten ~ Billie Holiday, 1949
 E quando tornerete a casa dite
Ho sentito cantare un angelo
Con le ali di marmo e raso
Puzzava di whisky era negra puttana e malata
Dite il mio nome a tutti, non mi dimenticate
Sono la regina di un reame di stracci
Sono la voce del sole sui campi di cotone
Sono la voce nera piena di luce
Sono la lady che canta il blues
Ah, dimenticavo… e mi chiamo Billie
Billie Holiday
Stefano Benni, Lady sings the blues

About Nunzia Arillo

Sociologa, communications manager e, soprattutto, napoletana. Costantemente impegnata nella lotta tra serio e faceto. Riempie la sua vita - con la stessa intensità - di innovazione, libri e caffè. Non si ferma davanti a niente, nemmeno di fronte all'etichetta "lavare solo a secco". Crede nella reincarnazione e nella prossima vita vorrebbe essere manichino da Bergdorf Goodman. E' sedotta dal lusso, ma conosce la parola "mercatino" in tutte le lingue del mondo. Scrive sempre e ovunque pure su rotoloni asciugatutto (true story), non meravigliatevi di trovare la sua firma su magazine di musica, moda e luxury. Mollerebbe tutto per seguire Ivano Fossati ma la sua unica divinità è Stevie Wonder. La mattina si sveglia con il sorriso ma non dovete parlarle prima del caffè. Adora i numeri dispari, ma le piace ordinare le cose per 10.

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