Le antenate | Anaïs Nin

Non puoi capire come ti invidio quel nome lunghissimo e musicale Angela Anaïs Juana Antolina Rosa Edelmira Nin y Culmell che per ovvie ragioni di comunicabilità, accorciasti in Anaïs Nin.
Più corto ma altrettanto affascinante. Eppure solo ora mi accorgo che le nostre iniziali sono speculari. Come vorrei aver vissuto anche soltanto uno dei tuoi giorni.

Il tuo sguardo magnetico mi conquistò la prima volta che mi imbattei in una foto che ti ritraeva assorta. Non l’ho più ritrovata eppure la ricordo perfettamente. Avrai avuto intorno ai 40 anni, nemmeno un grammo della tua fragile forza era stato soffiato via dal vento degli anni. Confesso che ti considero qualcosa di più di  un’antenata. C’è un trasporto forte come quello del sangue, ma questo non lo capii subito.

Arrivai a te, passando da Simone de Beauvoir, tramite Henry Miller, in quei capolavori dissacranti che sono i vostri racconti erotici scritti su commissione. A chi ti conosce e addita come scrittrice erotica (e basta), sorrido e  li invito a leggere anche uno solo dei tuoi diari, in cui scrivesti così:

Caro collezionista (colui che commissionò a Miller i racconti erotici a un dollaro a pagina n.d.r.) noi la odiamo. Il sesso perde ogni potere quando diventa esplicito, meccanico, ripetuto, quando diventa ossessione meccanicistica. Diventa una noia. Lei ci ha insegnato più di chiunque altro quanto sia sbagliato non mescolarlo all’emozione, all’appetito, al desiderio, alla lussuria, al caso, ai capricci, ai legami personali, a relazioni più profonde che ne cambiano il colore, il sapore, i ritmi e l’intensità.

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Pochi giorni fa è stato il tuo compleanno il 21 febbraio. Su un sito a te dedicato ho letto un post che ti faceva gli auguri ed ho sorriso. Che ti importava di giorni ordinari? Tu vivevi per i grandi momenti, per la ricerca del meraviglioso, dello spazio infinito. Rifuggevi gli atti quotidiani che per te erano non vivere. Per questo scrivevi il tuo diario.
Cominciasti in quella lunga traversata che ti portava via dall’Europa verso New York e una nuova vita. Iniziasti, inanellando parole come catene che potessero legare di nuovo a te, quel padre che era fuggito via. Allora non potevi immaginare che quel diario ti avrebbe fatto compagnia per oltre 60 anni. Fu per te amico inseparabile, droga e vizio, lo definivi tu.

Un racconto lungo una vita che venne definito da subito come uno dei documenti letterari più importanti del secolo passato. Avremmo potuto definirti un’antesignana dei blogger, cara Anaïs? Di certo, fosti la prima che riconobbe il potere terapeutico e – per alcuni versi -taumaturgico – della scrittura. Sarà stata la tua conoscenza della psicanalisi o semplicemente il tuo modo più profondo di sentire e vivere, che ti fece scoprire che l’esperienza va condivisa e raccontata attraverso un linguaggio che diventa ricomposizione della figura pubblica e di quella privata. Rompesti definitivamente quello spazio che – falsamente – separava diario e romanzo.
Tutto ho ritrovato di te, nelle pagine dei volumi che compongono la tua vita. Tutto ritrovo di me.

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Ho fatto indietreggiare la morte a furia di vivere, soffrire, sbagliare, rischiare, dare e perdere.

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Il lusso non mi è necessario, le cose belle e buone lo sono.

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Quanta ironica snobberia in quelle tue frasi, non posso che pensare che amassi prenderti gioco di chi ti rivolgeva domande tanto banali. Tu che, per me,  rappresenti la donna universale. La dimensione a cui tendere per il tuo brillante modo di intendere la vita.

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Chiudo riportando queste due lettere, uno degli scambi tra Anaïs Nin ed Henry Miller. Mi sento un po’ vigliacca nel diffondere questi vostri scritti come se fossi io a rivelare al mondo i vostri segreti. Mi chiedo se tu abbia mai desiderato renderle pubbliche e mi rispondo di sì, perché ora che nessuno può più soffrire di questo vostro amore, possiamo solo goderne almeno un poco.

Louvenciennes, 1 marzo 1932
Henry,
non ti ho mai scritto una lettera piccola abbastanza da poterti inviare questo, qualcosa che ti diverta, come le unghie!
Non potrò vederti giovedì perché è festa, ma Hugh desidera che tu venga a cena domenica sera, e io potrò essere al caffè Rotonde venerdì verso le 16.30. ieri ho dimenticato di dirti che Hugh non legge tutte le lettere che ricevo. Tu non farne nessuna a pezzi: crea vuoti, silenzi – come i trattini di Paul Valéry.
Riesci a leggere questo inchiostro, fatto di sangue andaluso distillato? Il camaleonte ha cambiato di nuovo colore ieri al Rotonde?
Che contrasto, tra le nostre vite. Ieri sera i tuoi appunti mi hanno sconvolta. C’è tanto materiale da assimilare, trasformare, sul quale rimuginare – e tu desideri la pace perché la tua fantasia possa penetrare tutta quella greve materia e io invece rifuggo dalla pace e ho cominciato a vivere come te e come June. Ed entrambi questi modi di vivere conducono alla stessa follia.

Chez les Vikings, Taverne Scandinave, 4 marzo 1932
Anais,
tre minuti dopo che te ne sei andata. No, non posso farne a meno. Ti dico ciò che già sai: ti amo. Parole che ho distrutto più e più volte. A Digione ti ho scritto lunghe, appassionate lettere – se fossi rimasta in Svizzera te le avrei inviate, ma come potevo spedirle a Louveciennes?
Anais, in questo momento non so dirti molto – sono in preda alla febbre. A stento riuscivo a parlarti perché ero di continuo sul punto di baciarti i piedi e stringerti fra le braccia. Speravo che tu non dovessi rincasare per cena, che saremmo potuti andare da qualche parte a cenare e a ballare. Tu balli – l’ho sognato più e più volte – e io ballo con te, oppure tu balli da sola, il capo rovesciato all’indietro, gli occhi socchiusi. Devi ballare così per me. Questo è il tuo io spagnolo – il sangue andaluso distillato.
Adesso sono seduto al tuo posto e ho portato il tuo bicchiere alle mie labbra. Ma sono ridotto al mutismo. Quel che mi hai letto continua a girarmi nella testa. Rispetto a te sono un bambino perché quando in te parla l’utero, esso avvolge ogni cosa – è la tenebra che adoro. Avevi torto a pensare che io apprezzassi solo il valore letterario. A parlare era la mia ipocrisia. Finora non ho osato dire quel che pensavo. Ma sto sprofondando – tu mi hai spalancato il vuoto – e non riesco a fermarmi.
Senza che tu te ne renda conto, sono vissuto sempre con te. Ma avevo paura di ammetterlo, temevo che ti spaventassi. Oggi ho pensato di portarti in camera mia e mostrarti gli acquerelli. Mi è parso così sordido, portarti in quel miserabile albergo, no, non posso farlo. Tu condurrai me da qualche parte – al tuo tugurio, come lo chiami. Portamici, in modo che io possa stringerti tra le braccia. E mento Anais dicendoti che non voglio adorarti. Te l’aspettavi che ti dicessi cose del genere? Quando ho visto Marius (il film di Marcel Pagnol), ho sognato di te – tu sei come la nave che salpa per il mare aperto, tutte le vele al vento, nella tua luce abbagliante del sole. E al pari di Marius, io sono salito a bordo all’ultimo minuto – sono saltato dalla finestra sul retro e sono corso al molo. Pure, non so quanto possa osare scriverti nonostante il tuo permesso. Ho l’impressione di commettere un sacrilegio, ma no, non può essere così. I miei istinti devono essere nel giusto. Ciò non toglie che aspetti con ansia una tua parola. Si, me l’hai detto, più e più volte, in mille modi diversi, ma io sono lento, Anais, lento forse perché è una tortura così deliziosa. È come attendere di vedere te che ti alzi dal tuo trono.
E a proposito di Hugh – Anais, non riesco a pensare a Hugh. Impossibile pensare a te e a lui. Ti prego, non mentire a te stessa, adesso. Non prima che a me.
Forse ti telefono domani. Ti chiamerei immediatamente, ma temo che ci sia Hugo.
C’è un telefono nel mio albergo, ma ignoro il numero e temo non sia sull’elenco. Comunque, se tu riuscissi a telefonarmi, la mia è la stanza 40.
Dunque non ti vedrò domenica. Anche questa è dura. Ma meglio così – hai ragione.

Storia di una passione – Lettere 1932-1953 (Bompiani)

About Nunzia Arillo

Sociologa, communications manager e, soprattutto, napoletana. Costantemente impegnata nella lotta tra serio e faceto. Riempie la sua vita - con la stessa intensità - di innovazione, libri e caffè. Non si ferma davanti a niente, nemmeno di fronte all'etichetta "lavare solo a secco". Crede nella reincarnazione e nella prossima vita vorrebbe essere manichino da Bergdorf Goodman. E' sedotta dal lusso, ma conosce la parola "mercatino" in tutte le lingue del mondo. Scrive sempre e ovunque pure su rotoloni asciugatutto (true story), non meravigliatevi di trovare la sua firma su magazine di musica, moda e luxury. Mollerebbe tutto per seguire Ivano Fossati ma la sua unica divinità è Stevie Wonder. La mattina si sveglia con il sorriso ma non dovete parlarle prima del caffè. Adora i numeri dispari, ma le piace ordinare le cose per 10.

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