Come si affronta la paura?

Le muffe. A me fanno paura le muffe: che sia un’arancia dimenticata in frigo oppure un muro martoriato dall’acqua, quella patina bianca e fuffosa mi manda ai matti.
Proprio faccio un salto indietro, non riesco neanche a gettarla via l’arancia, poniamo, a meno di bardarmi come un tuareg e affrontare il nemico.

Sono una cretina? Probabilmente.

Ma questa paura ha una genesi precisa

L’amata casa di campagna dei miei nonni e i ripostigli per le scope usati come nascondigli da noi bambini, sulle cui pareti si aggregavano queste nuvolette di orrore e morte (ma le muffe sono vive, scoprirò in seguito, ecco, pure peggio).

Mi ci sarò nascosta e nessuno mi è più venuto a ripescare? Chi può dirlo. 
Da mezzo a quella robaccia è spuntato qualcosa? Vai a sapere. 

Sta di fatto che ancora oggi mi fanno paura: pur nella mia massima espressione astrologica di vergine ascendente vergine, o se si preferisce attingendo a quell’eredità paterna di illuminismo e cartesianesimo. Non ci sta niente da fare, sono un animale razionale ma davanti alle muffe sragiono.

Se devo dire la verità un po’ mi vergogno a lanciare per aria quel limone un po’ agée davanti a mia figlia, mentre mi guarda con amorevole sorpresa mista a delusione.

Non sono abbastanza, mi ripeto.

La vergogna della paura

Ma se tornassi a nascere mi programmerei per essere un po’ più indulgente con me stessa che le paure, Sarah, ce le abbiamo tutti e fanno parte di ciascuno di noi.

E lo vediamo in queste ore, nelle nostre città deserte, nei supermercati saccheggiati, nelle mascherine comprate al mercato nero per quindici euro al pezzo.

Ricordo un clima simile solo quando esplose il reattore di Chernobyl. Era il giorno precedente la mia prima comunione e mia madre si affrettò a cambiare tutto il menù non si può usare più il latte le sentivo ripetere, come se in 48 ore tutte le mucche ucraine fossero state contagiate e con esse il latte che arrivava nelle nostre case.

Ma era spaventata, terrorizzata, e come lei tutti coloro che si trovavano a vivere una situazione di panico generalizzato. Come ci si difendeva da quella roba lì? Cosa sarebbe successo? Ci avrebbero mai più detto la verità? Saremmo morti tutti tra atroci sofferenze o i nostri figli avrebbero contratto tutti malattie mortali?

paura - imnotagroupie

La maternità amplifica

A distanza di anni, madre a mia volta, nelle ore in cui dilaga quella che viene chiamata la pandemia del secolo, capisco quell’angoscia. Quando fai un figlio pensi di poterlo aiutare dandogli una buona educazione, proteggerlo dai brutti giri mandandolo nelle scuole più fighe, salvargli la vita non comprandogli il motorino. Ma non pensi che un giorno arriva una roba che non ha una faccia nè un nome, non si vede, non si sente, la puoi prendere ovunque e da chiunque.

Che cos’è? Come si combatte? Come ci si protegge? Che si fa?

Siamo completamente impreparati a tutto questo, non abbiamo risposte, non ne ha  neanche chi crede, salvo rileggersi i versetti dell’Apocalisse.

Siamo aggrappati a questa zattera che si chiama paura e navighiamo a vista in un mare di incertezze. E sì le file al supermercato sono deplorevoli, ma comprensibili. Le mascherine ridicole, ma umane. Le scorte inaccettabili ma legittime, i tutorial sul come lavarsi le mani vergognosi ma forse utili per qualcuno.

La precarietà di essere umani.

Non starò qui a snocciolare dati, a condannare la stampa, a gridare al complotto, a sottolineare l’irrazionalità del fenomeno. Ormai ci stiamo dentro e tutto quello che possiamo fare, credo, è provare a rispettare del prossimo tutte le mille fragilità

Perchè scava scava ragazzi qua stiamo tutti uno più inguaiato dell’altro.

Che siano galline o serpenti, grate da attraversare, altezze vertiginose, blatte, aghi, ragni, cibo verde, alieni e mi voglio rovinare ci metto pure le muffe, tutti abbiamo un punto di rottura, proprio come il più puro dei cristalli.

Siamo tutti il coronavirus di qualcuno. Pensiamoci prima di puntare il dito contro chi compra i cartoni di latte a lunga conservazione (scusa mamma).

Quanto a me, pulirò più spesso il frigo.

About Sarah Galmuzzi

Lazzara since 1976 è una figura mitologica insieme giornalista, storica dell’arte contemporanea, mamma, content manager, depositaria della ricetta dei biscotti più buoni della storia. Vergine ascendente Vergine, amante della musica pop-trash non distingue – fieramente- una Porsche da una Panda, così come una pregiatissima etichetta da un muscolare Tavernello. La sua grafomania la porta a scrivere ovunque sia possibile farlo: dai cataloghi d’arte ai blog di food, passando per testate di informazione e quotidiani. Esteta fino allo stremo delle forze, inorridisce di fronte a uno smalto sbeccato, un abbinamento infelice, le sopracciglia in disordine, i punti neri. Accompagna questa esistenza faticosissima, alla ricerca – irraggiunta- della perfezione, una discreta insofferenza per il genere umano che va di pari passo con la tendenza a commuoversi anche di fronte a una papera che fa il bagno, caratteristica che fa di lei una lucidissima non groupie. Facebook addicted ci vomita dentro tutta la sua scostumatezza, su Instagram invece, pubblicherebbe volentieri foto di tette e gattini ma non ha le tette né i gattini. Se potesse scegliere di vivere in una città diversa da Napoli, farebbe tanuccia a Venezia, luogo che ama in ogni suo angolo, pantegane comprese.

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