Arte | Il cane di Laurie Anderson è morto e anche io non mi sento tanto bene

Lo scorso 5 giugno Laurie Anderson ha compiuto 70 anni.
Ovunque sui social tributi alla signora del rock, centinaia di seguaci proni al cospetto di tanto genio avanguardista. Brava, bravissima, come dimenticare O Superman.
Nessuno che abbia rilevato, però, la straordinaria somiglianza con la compianta Karina Huff.
Ma tant’è.

A me Laurie Anderson piace ricordarla per un’altra cosa.
Sì, perché io l’ho conosciuta. Più o meno un anno fa, miei illuminati concittadini le hanno commissionato una mostra dal titolo The Withness of the Body.
Una roba potentissima, la più psichedelica tra le sue produzioni: il racconto del suo cane morto. Miss Lolabelle Anderson.

Scritto proprio così, Miss Lolabelle Anderson. Veramente.

Non sarà solo chi scrive a ringraziare mai abbastanza la poppissima vedova Reed per avere avuto il coraggio di affondare le mani in questo crogiòlo di patetismo, bensì le gattare di tutto il mondo.

LAURIE ANDERSON E L’ELOGIO DELLA GATTARA

La gattara, termine che nasce alla fine degli anni ’80, proprio quando Miss Anderson scala la vetta delle classifiche mondiali. Quella donna la cui iconografia è congelata in un pantalaccio dall’elastico slabbrato, mollettone e zoccoli. Lei è mamma di tutte le bestie del mondo, costantemente, unicamente, ossessivamente concentrata ad accudire gli animali, domestici e non, trattati alla stregua di carne della propria carne.
È una donna triste, la gattara. Rappresentata sempre sola, avida di carezze, attenzioni, depositaria di un amore infinito pronto ad essere spalmato sul primo peloso di turno purchè triste e solo a sua volta. Quasi mai ha un uomo vicino – al quale dispenserebbe l’amore in esubero di cui sopra – né le sopracciglia spinzettate.

È, la gattara, nell’immaginario collettivo universale, la rappresentazione del fallimento, della tristezza, della solitudine.

Fa fatica pensare a Laurie Anderson firmataria a quattro mani con Burroughs, Brian Eno, Peter Gabriel, una mano il chappy, l’altra il portacane di pelliccia sintetica. Intenta a ciabattare con le crocs tra i grattacieli di Manhattan alla ricerca di pelosetti da microchippare.
Fa fatica pensare che abbia disegnato praticamente la stessa parabola artistica di Romina Power.
Fa fatica, ma al tempo stesso rinfranca.  Chè da oggi, piuttosto che pensare che nel nostro futuro imminente c’è una gattara in vestaglia, possiamo guardare a noi stesse come fottuti geni della musica, in grado di produrre roba straordinaria. Performer inside, donne uniche cui la vita riserba psichedeliche esperienze condite da pagliette e lustrini.

GRAZIE LAURIE ANDERSON!

E grazie pure al cane, che se non moriva nessuna di noi poteva scoprire esserci una speranza oltre i gambaletti color carne.

Ah ma poi com’era la mostra?
Mediamente brutta.

Laurie Anderson

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