AC vol. 2 | Per capire l’arte contemporanea dobbiamo fare un passo indietro

*Indagine sulla funzione dell’arte contemporanea ovvero non dite a mia madre che fine hanno fatto i soldi spesi per farmi studiare storia dell’arte*

Dopo il primo volume dedicato all’Arte Contemporanea che ha riscosso grande successo tra amici, parenti, fan e appassionati, eccomi tornata con la seconda puntata di quella che si preannuncia essere una “gioiosa” rubrica.

CUBANA CUBISTA (REGINA DELLA PISTA)

Vi avevo promesso che provavo a portarvi per mano fino a capire un poco poco l’arte contemporanea, in pratica tutte quelle cose che vedete nei musei e nelle piazze. Ok forse non proprio a capire, ma almeno a rassegnarvi alla loro esistenza, accogliere vostro malgrado la buona volontà di chi le ha fatte.
E allora un poco di pazienza, dobbiamo fare un passo indietro, fino agli inizi del ‘900.
Vi ricordate che l’altra volta vi avevo detto che Renoir aveva inventato l’Impressionismo perché gli era finito il blu? Benissimo.

Ma sempre pittava cose che si capisce dove sta la testa e dove sta la coda: cioè le case sembravano case, i cristiani, cristiani, gli ombrelli, ombrelli, le banane, banane, le barchette, barchette.
Fino a che…

TUTTA COLPA DI CéZANNE

Poi un giorno arriva lui, Cézanne. Il primo vero radical chic della storia dell’arte contemporanea, uno che la mattina non deve uscire per la campata che il padre avvocato gli passa 5.000 lire a settimana per mettere la benzina nel motorino e che quindi si può permettere di fare l’intellettuale.
Come vedete, amisci, la piaga di quelli che vanno in giro con cachemire 12 fili rigorosamente spertusato, è assai vecchia.

Cézanne, pancia piena e contributi versati si trova dunque con una vergognosa quantità di tempo a disposizione per riflettere sui concetti di forma, volume, spazio. Roba inutile?
Forse ai più, ma vale la pena ricordare che queste seghe mentali hanno cambiato il corso della storia dell’arte.
Ma esattamente che diceva Paul Cézanne?
Praticamente che tutto quello che abbiamo davanti, le immagini che osserviamo possono essere in qualche modo sintetizzate – e dunque restituite – nella loro forma geometrica. In poche parole un braccio è un cilindro, una mela una sfera, un tavolo un parallelepipedo e via discorrendo.
Quelli che hanno fatto le scuole alte parlano di rielaborazione concettuale delle sensazioni, personalmente preferisco pensare ai bidoni di Lego di mia figlia, dove il mattoncino si fa unità di misura e diventa il metro, appunto, di tutte le cose a scapito di una rappresentazione poco realistica, ma, per l’appunto, sintetica.

MARIA, CHIUDI LA BUSTA

Anni passati a contemplare il vuoto e farsi le canne, Paul Cézanne addiviene dunque alla ferale scoperta e se ne va in giro eccitatissimo per mostre e saloni con le tele sotto al braccio ma niente, lo mettono tutti alla porta.
E non lo vogliono neanche al Salon de Refuses che è un po’ come quando vai a The Voice perché non ti hanno preso a X-Factor. Niente, non se lo pigliano manco a The Voice: Cézanne è solo, senza amici e nessuno lo capisce, ma in realtà secondo me non gli perdonano, per parafrasare Roberto Gervaso, quel ruttare tra una tartina di caviale e l’altra, per sentirsi proletario.

Dura la vita per il nostro figlio di papà che infatti deve aspettare il 1884 e una fetente di
raccomandazione dell’amico Guillaumet, per esporre pubblicamente i suoi lavori.
Ma purtroppo neanche essere inserito tra i big in gara gli serve a qualcosa, nessuno lo
cerca, non vende niente, non lo invitano neanche a Domenica In tanto che il padre a un
certo punto gli dice: “senti Paul, i quadri tuoi non se li compra neanche Gesù Cristo, non si
capisce ‘nu cazz, adesso basta da me non hai neanche piu’ i soldi per le sigarette”.

Passano poco più di due anni da questa solenne strigliata di capo, che Cézanne senior si
fa il cappottino di legno, Paul eredita tutto e trascorre i suoi ultimi anni in una ricchezza
veramente oscena, non per questo, naturalmente, rattoppandosi il cachemirino.
Muore nel 1906 simbolicamente passando il testimone a Pablo Picasso,
sopravvalutatissimo – a parere di chi scrive – padre di quello che è il movimento cubista.

#TEAMCAMERINI

Quando Alberto Camerini nel 1981 presenta “Rock’n’roll robot” a Un disco per l’Estate, solo qualcuno ne intuisce la ricerca, il potenziale, la visionarietà, tutti gli altri invece si siedono dalla parte di Claudio Baglioni e la sua “Strada facendo“: un pezzo facile, godibile, per le masse, che non richiede sforzi.
Poi nel 1983 arrivano i Righeira: all’improvviso non si capisce più niente, si scatena il panico e sembra che nulla possa essere esistito prima o dopo di loro.
Cézanne e Picasso uguale.

Les demoiselles d’Avignon (1907) sono nè più nè meno che la restituzione in forma
pittorica de L’estate sta finendo. L’upgrade di qualcosa fino a quel momento non assimilata da tutti. Semplicemente ora il mondo era pronto, ma intanto a Camerini, come pure a Cezanne se lo sono già scordato tutti quanti.

IL COLMO PER PICASSO? NON CAPIRCI UN CUBO

Ora è Pablo Picasso il nuovo, astutissimo idolo delle masse, la star del momento. Picasso oggi sarebbe un influencer da milioni di follower. Annusa l’aria, assesta colpi, organizza firmacopie, si fa i selfie coi fan, insomma signori, non ne sbaglia una, è un treno in corsa. Altro che Domenica In, a Picasso lo invitano proprio a La7 e gli dicono: “maestro per favore ci parli del cubismo“.

E Picasso gli spiega che il cubismo è una maniera di raccontare le cose (cioè dipingere) frammentando l’immagine. Alla consueta visione frontale se ne aggiungono altre, sovrapposte, in maniera da fornire del soggetto in questione tutti gli altri possibili punti di vista. La conoscenza delle cose – diceva Picasso– dipende dal punto di vista dal quale la guardiamo. Va da sé che una molteplicità di punti di vista favorisce una visione più ampia, insomma, è un ponte verso la conoscenza assoluta.

Avete presente quando andate al ristorante e ordinate la millefoglie  scomposta?
Il cubismo è proprio così.
Sfoglia, crema, amarene, granella e zucchero a velo sono gli elementi, singolarmente distinguibili, che troviamo nel piatto e se chiudiamo gli occhi e facciamo un sol boccone li sentiamo tutti assieme stretti a coorte che ci restituiscono proprio il sapore del dolce di mammà.

Quelli che dobbiamo chiudere davanti a un’opera cubista sono invece gli occhi del pregiudizio, quelli della comune aspettativa, dell’approccio convenzionale alla visione. Bruttarelli i quadri di Picasso sono bruttarelli, eh, ma tuttavia necessari che da quel momento nulla sarà più come prima.
Il cubismo viene codificato come movimento, legittimato, consacrato come rivoluzionario giro di boa.

PRENDETE L’EVIDENZIATORE

Che cosa abbiamo capito da questa seconda puntata sull’arte contemporanea?
Certo, che a fare gli apripista si muore da sfigati, ma anche che è iniziato quel momento storico in cui agli artisti la tela nella sua bidimensionalità comincia a stare stretta, non riesce più a farsi luogo dove è possibile esprimersi in maniera esaustiva, insomma è uno spazio limitato e limitante che impone la ricerca di strade diverse.

Avete presente quando vi mettete con l’iPhone a fare le foto 3D?
Ecco, siete un poco Picasso pure voi.

About Sarah Galmuzzi

Lazzara since 1976 è una figura mitologica insieme giornalista, storica dell’arte contemporanea, mamma, content manager, depositaria della ricetta dei biscotti più buoni della storia. Vergine ascendente Vergine, amante della musica pop-trash non distingue – fieramente- una Porsche da una Panda, così come una pregiatissima etichetta da un muscolare Tavernello. La sua grafomania la porta a scrivere ovunque sia possibile farlo: dai cataloghi d’arte ai blog di food, passando per testate di informazione e quotidiani. Esteta fino allo stremo delle forze, inorridisce di fronte a uno smalto sbeccato, un abbinamento infelice, le sopracciglia in disordine, i punti neri. Accompagna questa esistenza faticosissima, alla ricerca – irraggiunta- della perfezione, una discreta insofferenza per il genere umano che va di pari passo con la tendenza a commuoversi anche di fronte a una papera che fa il bagno, caratteristica che fa di lei una lucidissima non groupie. Facebook addicted ci vomita dentro tutta la sua scostumatezza, su Instagram invece, pubblicherebbe volentieri foto di tette e gattini ma non ha le tette né i gattini. Se potesse scegliere di vivere in una città diversa da Napoli, farebbe tanuccia a Venezia, luogo che ama in ogni suo angolo, pantegane comprese.

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