Sessismo | Farsi odiare da un birraio artigiano in tre rapide mosse

+++Disclaimer+++
Questo post è ad alto contenuto di scostumatezza.

PARLIAMO DI SESSISMO

Da qualche giorno sulla mia ipertrofica timeline gira questa roba.

Sessismo - Zoccolà

Figlia ultima nata di un birraio artigiano delle mie parti. Non ho bisogno di berla per dire che mi fa schifo. E lo fa tre volte tre: come donna, come comunicatrice, come napoletana.

La zoccola, che prende in prestito dal latino il più gentile sorcula, è il topo di fogna, associato per lordura, qui da noi –ma non solo – alla donna di strada.
Non sta a me una difesa del corpo femminile, dell’inappropriatezza del suo utilizzo – che poi tocca dar ragione alla Boldrini – o la condanna del suo impiego nella comunicazione.

Uscire due tette per vendere di più è da sempre la regola zero del commercio.
Lo sapevano bene i barbieri che nell’Ottocento regalavano ai clienti affezionati bouquet di proibitissime immagini erotiche. Lo sanno bene i pubblicitari contemporanei che zoomano su uno stacco di coscia anche per vendere un rotolo di scotch.

ZOCCOLA DI NAMING, VIOLENTA DI FATTO

Quello che, come portatrice sana di vagina, mi disturba in questo naming – che il mio falegname con 30.000 lire lo fa meglio – è il fatto che questa zoccola, la nuova bionda, la birra che le batte tutte, dovrebbe, nell’idea di chi l’ha pensata strappare un sorriso complice.

E invece offende, e pure parecchio. Violenta, molesta, oltraggia: che non si celebra un prodotto attraverso una popputa signorina ma attraverso un insulto a lei rivolto.
Questa, signori, è violenza. Sessismo è violenza.
E lo è ancora di più nel confronto con le decine di etichette che declinano al maschile prodotti analoghi. Si va da un Minchia Tosta a un Vino del cazzo, passando per un disambiguo, afrodisiaco Pelaverga. Esaltazioni di una virilità fascista, espressioni di un celodurismo stantio, tristemente specchio di un triste paese: il maschio ha il cazzo duro, la femmina è una zoccola.

In milioni, molto prima e molto meglio di me, si sono spesi sull’argomento, dunque vado oltre lasciandovi con le parole del saggio: chi offende una donna offende la propria madre. E saluti a casa.

Chiedo aiuto a Monsieur de La Palice per argomentare il secondo punto, ma, come lui stesso ci direbbe se fosse vivo: quella roba fa così tautologicamente schifo che non c’è neanche bisogno di spiegare perché. Nessuno sforzo di immaginazione, nessuna analisi del prodotto, nessuna ricerca: niente di niente.
Vomitiamo un nome furbetto a caso, andrà bene comunque.
Ve li ricordate gli immarcescibili sceneggiatori di Boris?
Ecco.

LAST BUT NOT LEAST

La zoccola, cui è stato aggiunto un accento finale a caso per ragioni oscure, è figliastra di quella tendenza di comunicazione smart che si esprime nella pubblicità dialettale.

Personalmente sono nauseata dal leggere ovunque napoletanismi. Neo borbonici permettendo, faremmo parte di un paese che si chiama Italia e parleremmo, fino a prova contraria, l’italico idioma. Sono persuasa che non sia un concetto immediato da assimilare, ancorchè semplice. Soprattutto perché chi la nostra città la governa, la stupra quotidianamente con i peggiori stereotipi di specie, precipitandola nella più dannosa oleografia. Costringendo indirettamente anche chi la vive ad attaccarsi ad essa come all’ultima delle ciambelle di salvataggio.

Ma spesso a Napoli piove, e c’è perfino qualcuno a cui la pizza non piace.

Chiudo foscolianamente così come ho iniziato, più disincantata che rinsavita, ma soprattutto con una grande voglia di Peroni.

[commento sarcastico]

About Sarah Galmuzzi

Lazzara since 1976 è una figura mitologica insieme giornalista, storica dell’arte, mamma, content manager, depositaria della ricetta dei biscotti più buoni della storia. Vergine ascendente vergine, amante della musica pop-trash non distingue –fieramente- una Porsche da una Panda, così come una pregiatissima etichetta da un muscolare Tavernello. La sua grafomania la porta a scrivere ovunque sia possibile farlo: dai cataloghi d’arte ai blog di food passando per testate di informazione e quotidiani. Esteta fino allo stremo delle forze, inorridisce di fronte a uno smalto sbeccato, un abbinamento infelice, le sopracciglia in disordine, i punti neri. Accompagna questa esistenza faticosissima, alla ricerca –irraggiunta- della perfezione, una discreta insofferenza per il genere umano che va di pari passo con la tendenza a commuoversi anche di fronte a una papera che fa il bagno, caratteristica che fa di lei una lucidissima non groupie. Facebook addicted ci vomita dentro tutta la sua scostumatezza, su Instagram invece, pubblicherebbe volentieri foto di tette e gattini ma non ha le tette né i gattini. Se potesse scegliere di vivere in una città diversa da Napoli, farebbe tanuccia a Venezia, luogo che ama in ogni suo angolo, pantegane comprese.

2 thoughts on “Sessismo | Farsi odiare da un birraio artigiano in tre rapide mosse

    1. Il post sul TGV riapparirà “magicamente” domani. Problemini legati al calendario editoriale… ogni tanto wordpress ci fa qualche scherzetto!
      Comunque, cara Sandra, uniamoci contro questo pessimo modo di comunicare, sessista e becero! E beviamoci altre birre!

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